Geografia

Il Fiume Oreto

Lineamenti geomorfologici

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La valle dell‘ Oreto si sviluppa a sud della città con una forma allungata (lunghezza circa 20 km. ampiezza 6 km). I “Monti di Palermo” costituiscono un frammento della catena Appenninico – Maghrebide. I terreni affioranti nella Valle dell‘ Oreto hanno raggiunto il loro attuale assetto geomorfologico in seguito a varie vicissitudini geologiche.I più vistosi fenomeni orogenetici si hanno nel Quaternario Inferiore (1 milione e 600 mila anni fa). Alla fine del Siciliano (800 mila – 600 mila anni fa) i dintorni di Palermo avrebbero avuto già il loro aspetto attuale con il modellamento della “Conca d’oro”. Il mare quaternario ha modellato la piana costiera mentre il corso d’acqua del fiume Oreto ha modellato la Valle incidendo le argille e le calcareniti. Alla fine del Pleistocene la situazione morfologica della Valle doveva essere poco differente dall’attuale, escludendo le modificazioni successive di natura antropica.

Il corso del fiume e le sorgenti

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L’ ORETO, lungo circa 19 km, nasce tra Monte Matassaro – Renna e Cozzo Aglisotto.
L’asta principale, denominata Vallone di Fiumelato di Meccini, riceve le acque da numerosi affluenti di destra (Torrente dei Greci e Vallone Piano di Maglio) e più a valle, dal Vallone della Monaca. Dal Ponte della Grazia alla foce, che si trova alla periferia sud-occidentale di Palermo, prende il nome di Fiume Oreto e presenta rari affluenti di destra.La flora è costituita da capelvenere, euphorbia, equiseto, edera, ginestra, pioppi, muschi e licheni; mentre la fauna da barbagianni, civette, gheppi, gufi, poiane, rane.
Tra le sorgenti ricordiamo API, ALLORO A VIGNA D’API, VILLA RENDA, S. MARIA, FONTANA LUPO ed altre minori. Oggi, il disordinato sviluppo urbano ha compromesso l’ambiente fluviale portando alla rovina del paesaggio, alla riduzione delle aree verdi e all’inquinamento del corso d’acqua.Il nuovo Piano Regolatore Generale prevede l’istituzione di un’area protetta denominata “Parco dell’ Oreto”.

I sistemi dei mulini

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Ai lati dell’Oreto si individuano ancora tre sistemi di mulini ed altri impianti legati all’utilizzazione delle stesse acque: il “canale del Parco”, l’acquedotto della “Sabucia”, il “sistema centrale”. Il Canale del Parco ha origine dalla sorgente chiamata “Fontana Grande”, situata all’interno di Altofonte. Nella “Fontanagrafia Oretea” il Villabianca annota l’esistenza di tre mulini, che si possono individuare nei mulini “di sopra”, “di mezzo” e “di sotto”. Di questi, il primo conserva soltanto la caratteristica “saia” con piloni ed archi; degli altri due rimangono alcuni ruderi nel vallone sottostante il centro abitato; le acque che muovevano questi mulini, dopo essere state utilizzate per scopi agricoli, si riversavano nell’Oreto. L’acquedotto della Sabucia ha origine dalla sorgente detta “della Favara” ancora esistente in contrada Grotte, nei pressi di Monreale; le sue acque canalizzate facevano muovere dapprima le ruote del mulino Paratore e, ricevendo l’apporto di diverse sorgenti, alimentavano tutti gli altri mulini presenti nella zona. Questo sistema è caratterizzato dalla presenza di cartiere, costruite contemporaneamente, intorno al 1740 e tutte in funzione nel 1748. Erano dotate di 29 mortai o pile di pietra per pestare gli stracci, materia prima per la fabbricazione della carta di vario tipo: fioretto, mezzofioretto, da stampa, da straccio. La filigrana della carta riproduceva il “Giglio” dello stemma dei De Spuches; per questo motivo la Cartiera Grande veniva anche detta “del Giglio”. In un avviso di gabellazione del 1841 vengono citate le tre cartiere: la prima “di Aquino” oggi non è più esistente, la seconda “Cartiera Grande”, chiusa alla fine del XIX secolo e riaperta alla fine degli anni ’50, pur mantenendo all’esterno l’aspetto originario, ha subito profonde trasformazioni; la terza “Cartiera del Maglio”, ancora attiva nel 1873, chiusa alla fine del 1890, oggi non è più esistente. Gli antichi sistemi di fabbricazione della carta erano pressappoco questi: gli stracci o le fibre vegetali, posti in delle grandi vasche di pietra, venivano maciullati con dei pestelli, fino a diventare poltiglia.

Compiuta questa operazione, l’impasto passava in dei bacini dove il lavorante immergeva un telaio rettangolare (la “forma”, come un setaccio), facendovi depositare un sottile strato dell’impasto che, fatta scorrere l’acqua superflua, veniva posto tra feltri e pressato. Dopo di che il foglio di carta era messo ad asciugare all’aria, appeso ad un filo, negli appositi spanditoi. La filigrana si otteneva mediante rilievi sul fondo della forma.Il “sistema centrale” si trova lungo il margine sinistro del fiume e attraversa un territorio che, per le sue caratteristiche morfologiche, ha facilitato l’insediamento di queste strutture produttive. La prima derivazione delle acque del fiume avveniva in contrada Molara; qui, oltre al mulino Cartiera, erano tre mulini di grano, una fabbrica di colla e una di mattoni. Nonostante l’impianto sia in stato di abbandono, si pensa ad un suo recupero in chiave museale. Le acque raggiungevano poi, in prossimità del Ponte della Grazia, il mulino S. Pancrazio, di cui rimangono pochi resti. Da questo punto in poi i mulini sono maggiormente legati all’alveo fluviale; l’unitarietà del sistema è rappresentata non dalla presenza della saia, ma dalla morfologia del luogo caratterizzata da un alveo profondamente incassato e ricco di anse. In questo tratto, fino ad arrivare alla Guadagna, ad un intervallo di circa 500 metri l’uno dall’altro, sorgono 9 mulini, tra cui S. Caterina, Ponte di Corleone, Ponte Rotto, Guadagna. L’unica eccezione a questo sistema, posto sul margine sinistro del fiume, era il mulino situato in prossimità del Ponte dell’Ammiraglio. La Cartiera “Imperato Francesco e Figli”, in funzione ancora oggi alla Guadagna, era originariamente una conceria (Rappa e Giambruno); nel 1949 è stata trasformata in cartiera dall’Industria Cartaria Siciliana (SPAICS) e, in seguito al fallimento, è stata rilevata nel 1959 dal sig. Imperato, originario di Amalfi.

I mulini ad acqua

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I numerosi mulini mossi dalle acque dell‘ Oreto costituivano un importante risorsa economica del territorio. Attraverso un sistema di canalizzazioni, dovute per lo più agli Arabi, l‘ acqua veniva portata in città per servire i bagni o le irrigazioni dei campi. Voci dialettali come senia, gebbia, saia, vattale, pur variate nell‘ originale desinenza araba, ci attestano quanto questi fossero esperti nel prelevare, conservare, distribuire quell’elemento essenziale che è l’acqua. Questa, come si sa, è sempre stato un elemento condizionatore delle attività umane e quindi del processo di trasformazione del territorio; man mano che le tecniche di sollevamento e canalizzazione progredivano, le migliorie ed i profitti che si traevano dai terreni divenuti irrigui richiamavano nuove “forze lavoro” contribuendo così, in parte, alla formazione di quei villaggi e casolari che popolano la nostra campagna.

Un‘ importante risorsa economica del territorio legata alla presenza dell‘ acqua era, appunto, costituita dai numerosi mulini per la macinazione dei cereali, sale, zolfo, sommacco (arbusto, le cui foglie vengono usate per la concia delle pelli), ubicati in prossimità di alcuni importanti corsi d‘acqua. La testimonianza più importante ci viene dalla “Fontanagrafia Oretea” del Villabianca che, nel 1788 annotò scrupolosamente ogni mulino esistente con i rispettivi proprietari. Fra gli altri: della coscia del Ponte dell’Ammiraglio, molino d’in mezzo, della Guadagna, di S. Spirito, della Cartiera, del Ponte di Corleone, del lago del parco, del molinello ed altri ancora fino ad arrivare all’ultimo della Pietra Molara. Oggi molte di queste strutture produttive sono scomparse, altre sono abbandonate o ridotte in ruderi. Questi impianti conservavano strutture architettoniche e tecnologiche dei mulini d’epoca medioevale rimaste inalterate per circa 8 o 9 secoli.

Sono ancora visibili tratti di acquedotti (saie), sostenuti da una serie di piloni ed archi, che, dopo aver prelevato l’acqua dal corso principale del fiume o da sorgenti, la conducevano alle vasche di carico dei mulini che, per sfruttare al massimo l’energia idraulica, erano posti lungo un’unica saia. L’acqua, cadendo a forte pressione nella vasca di carico (gora), facente un unico corpo con l’edificio del mulino, azionava una ruota metallica munita di pale, che attraverso un perno verticale e dei congegni di demoltiplicazione trasmettevano il movimento ad una mola da macina in pietra posta orizzontalmente al di sopra di un’altra macina fissa. La maggior parte di questi mulini erano destinati a macinare cereali; questi venivano versati nella tramoggia, un imbuto di legno che sormontava le mole di pietra; la farina, poi si raccoglieva in un cassone sottostante.

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